sabato 20 maggio 2017

Ansima, spezza i rami

Ansia che torni caprina,
mortefice e glorioso giglio
compagna atavica delle fistole incubate.

Ansia ch’antica come un cantico
scatti a tremende fitte
come vuoti d’aria e d’amore e muffa.

Ansia capo, caporale
tribù gigante di troppo caffè fa male
e ho bisogno di cioccolato.

Ansia rieccoti
t’attendevo
agli antichi fasti abbracciato,
attanagliante altalena-cappio di catena.

Ansia madre
Mirtillo di sangue
Morso di zanzara
Merda di cane.

Ansia mutila
Mattarello, turbina
Maniche zuppe e gelide
Con mani fredde come epistole di cordoglio e cancrena.

Ansia
Antifona addomesticata
Ch’a volte ingoia il guinzaglio e soggioga
Che cresce a gioco e mani aperte sul viso
Lacere di schiaffi,
fradice d’umana acqua.

Ansia che segui
A Dolore, centurione-mago
Che danzi flebile ed egoica
Nei pantani della Debolezza.

Ansia martire in combutta,
traditrice, rivelatrice
colore chiaro sul rosa
desaturato.

Ansia milligrammi
Ansia temporali
Ansia medicine
Ansia mandanti e mine, inesplose


Ansia
mattone sfregato contro le ossa
mattone lanciato contro
mattone che cerchi d’ingerire.

Ansia oltre la mistica
Alleata d’Immaginazione, fervida.
Consumi, controproduci
Controbatti, controcanti.

Ansia deturpa
Detrae, detiene
Detta, pretende, trattiene.

Ansia mangime
Pappagallini cannibali
Grande Via per la Depressione

Ansia Fiume e zattera
Fiato e fuoco
Foschia e torcia scarica
Fumi tossici da concerto per liceali imbrigliati e aspirina.

Ansia semidivina
Proteo lacustre
Matrice matrigna di plotoni
Esecuzione.

Ansia insinua
Snasa sniffa denuda.
Ansia tratta e tituba.

Grande Cancello che Apre
Su Valle della Paura
E i boschi del cemento.


Drago trascinabighe
Attaccabrighe
Bruciaspighe
Mangiasfighe.

Caos padrone del Terrore carroarmato
Ansia naftalina e formaldeide
Iniezioni di sfiducia
Infermieri del Nistagmo.

Mitologica culla
Degli Embrioni inventati.

Adone rachitico
Prostituta bellica
Fantasma di calce
Freccia troppo pesante per essere scagliata
Troppo leggera per essere ready made o monumento ai caduti.

Ansia Regina del Labirinto
Clown degli asini denutriti
Mistificatrice e netturbina dello spaziotempo

Martora, falco, nutria
Principe delle melanzane fritte
E degli asparagi crudi.

Ansia della Fine e dell’Inizio
Dell’Immenso Mentre.
Ventre di Sciagure e soliloquio.

Gondoliera travestita,
tributo alle cicatrici
Tiranna dei Ricordi e delle Rivincite.

Turpe scialacquatrice di ore
E anni in agrodolce con semi di senape
E feti di anfibio sottosale.


Ansia mantice
Mandorla amara
Mecca di chi erra a fondo e risale in basso
Bibbia dei Fragili
Amici di sensazione.

Ansia continua
Ansia resta come nido
Ansia ghiandola in attesa
Paziente Herpes nell’ombra.

Hermes di chi sei
Terme, soffocatrici di uomini
Strangolatrici di pressione e frugali pasti al fresco.

Ansia Frustrazione
Ansia Possessione
Ansia Orgoglio

Ansia Tenebra, Maniscalco
Ansia Idra fecondo
Ansia genealogica
Fertile frattaglia
Si moltiplicano furibondi i rami della mia chioma cerebrale
Il peso aumenta a due dimensioni
Il mio collo vacilla
Abbraccio le stelle in ogni direzione

Ho perso ascia
Ho perso motosega
Forbici, coltellino

Spezzo i rami uno a uno
Mi ferisco le mani
Troppe gemme, troppe code
Troppo lento

Ansia prolifica sommerge
Spezzo i rami uno a uno
Salto di liana in liana
Tento l’incendio
Temo si propaghi nella mia psiche.

Spezzo i rami uno a uno
Uno a uno
Uno a uno

Salgo, scendo,
sulle scale che i rovi garantiscono

strappo gli arbusti
sono stanco
continuo

le mie dita si muovono a stento
il sangue cola lento
le unghie nere e rotte

uso i denti
finchè non cadono
strappo i rami
mordo il legno
succhio e sputo la resina maledetta

mi getto in quella giungla
spezzando a spallate
le sovrastrutture
le fioriture
i grattacieli
le torri di Babele
le torri di Pisa
le torri degli Asinelli
le torri Gemelle.
Io che guardo lo schermo di un computer
E dentro le parole
Ci sono io che mi divincolo
In una foresta della dannazione

Sopra la mia testa
China

Sopra la mia schiena
Curva.

Eccomi

Riflesso.






mercoledì 10 maggio 2017

Il fondo

Vorrei tanto intendere, lasciar spazio ai dubbi e alle sicurezze
ma m’interessano poco queste cianfrusaglie di mezzo.
Sono più interessato alle Essenze,
alla potenza che vincola e libera.

Giungono minuti, impilati
di domande di riverbero ai consigli di ieri,
avanti ieri, qualche giorno fa.

Non resto lì,
mi dispiace,
giusto per chi sente e pensa
che io ignori
o sia preda della tentazione
 in bilico.

La Verità,
(questo è quel che immagino)
è una intera Civiltà
e non un cittadino
e i suoi annuire e disdire.

La Verità,
non si sottopone
né si imballa in cellophane o stagnola
da portare a pranzo al parco
o in viaggio di lavoro.

La Verità,
è il tunnel di una talpa
il tragitto di un pipistrello
la dedizione di una formica.

La Verità
è in ogni piccolo passo
di ogni piccolo insetto

nelle trasmigrazioni
negli stormi
nelle bufere.

La Verità
non la trovi
non sta,
non è caratteristica
né decora sempre gli stessi angoli.

Si sposta
dove il turismo
non annaffia.
Si cela,
dove il velo
trattiene ragnatele e nidi di vespa vasaia.

Nel tuo abbraccio
ora può starci ed essere assente,
nei tuoi vacui pozzi
nel brillio
nell’odore di fermentato.

Nei “mi dispiace”
nel “ora comprendo”

Prima che eri cieca e graffiavi l’aria e la mia pelle
per incedere e annusare.

La Verità
che quando arriva aizza
è ancora nella crisalide
ma sbircia

l’unico punto di luce
che finalmente si mostra,
a un baco convinto
di poter volare.

Non guarda le sue ali
ma il precipizio
che gli ha dato un mezzo.

Il fondo
che fosse buono
costringerebbe allo strisciare,
implicita, fatale,
che si voli.

Pare quasi un amore migliore,

quello che rinuncia a se stesso.

lunedì 30 gennaio 2017

Microsogno

Ho visto accanto e su di me nascere un lupo,
nella cabina di legno di un treno sconosciuto,
e negli spazi indefiniti, sorgere un sole solido
nella volta, di una semisfera del colore della terra.

giovedì 19 gennaio 2017

Sentieri sonori

L’acqua che scroscia non è dissimile dal fuoco che crepita.
-
Quanto è radice la parola radice e quanto è volatile la parola volatile?
-
Sogno l’eresia chimica.
-
Affezionati a me, osati, tradisci.
Il tuo corpo-pendolo striscia sui miei sensi.
-
Ogni parola che risplende sul foro è un cosmo di galassie bianche di grafite.
-
I versi costruiscono l’ambiente come fili di un intreccio di polvere ed energia.
-
Dall’incubatrice divina sgorgano i demoni del presente.
-
Verità padrona oscurami i sensi.
-
Lieve farfalla di sbattiti e minuscoli fulmini neurali,
in parapendio strutturato sulle suture del tempo oltrepassato,
in mezzo a stracci fradici di veggenza e pratiche da burocrazia e burro.
-
Due stanze adiacenti, un piccolo corridoio,
luce calda e poi fredda,
sacrificio sonoro
e ritorno.
-
Vedrai, oltre le coltri opache delle lastre di ghiaccio sul marciapiede,
lo sbattere delle grasse gocce da neve in processione,
sui martelli-sveglia che catapultano a sorpresa,
nelle buche , fossi d’acqua e coccodrilli in plastica.
-
Autunno verbale, inverno dei fossili,
l’autorevolezza della pressione scoperchiatetti e cave.
Splendore atomico,
sabbia in granuli di carbone.
-
Valchirie psichiche,
e stalloni-centauro da taverna nello spazio.
-
Orbite in via di collisione amichevole,
patto di timpani,
cembali nei denti,
strettoie estatiche.
-

Volgi ora lo sguardo,
ai tenebrosi e agli ubriachi,
a te che muovi la bocca dietro le corde,
e lei, che sorride dietro un frutto.

Uno da una parte dell’arpa,
l’altro dall’altra,


dietro le corde.



lunedì 17 ottobre 2016

Amnesia (le patatine fritte)

Suor Letizia era una donna stimata nell’ospedale Sacro Cuore, da volontaria aiutava gli infermieri e inoltre in assenza di Padre Alfonso, parroco della cittadina, si occupava della spiritualità dei degenti, esortandoli alla preghiera e alla morigeratezza. Aveva 62 anni, viveva in convento fin da ragazza, quando in seguito ad un evento traumatico decise di dedicare anima e corpo alla causa cristiana. La giovane Letizia era infatti stata trovata in stato confusionale, secondo i medici a causa di un abuso protratto di droghe di vario genere. Non sapeva più chi era, non ricordava niente, ogni tanto entrava in uno stato di agitazione in cui delirava riguardo a delle lunghe ombre scure che l’avevano rapita e tenuta sedata giorni interi facendo esperimenti su di lei, altre volte iniziava ad urlare disperata cercando il suo bambino, che secondo le autorità non era mai esistito. Pian piano a seguito di cure mirate e intensive la giovane donna tornò a una vita normale, non ricordava molte cose del suo passato ma pareva non importarle troppo. Di parenti o amici neanche l’ombra, era sola, ma una vecchia suora passava spesso a trovarla quando era ricoverata, Suor Verania. Le insegnò ad avere fede e identificò le oscure ombre dei suoi ricordi in demoni che l’avevano torturata a causa dei suoi trascorsi da peccatrice. Letizia guarì e una volta riabilitata si trasferì nel convento di Suor Verania per farsi suora.
Nonostante l’impeccabilità di Letizia molti degli infermieri la detestavano, in quanto soleva dare consigli e giudizi crudeli e bigotti per lo più non richiesti da nessuno.
Suor Letizia passava vari giorni della settimana al Sacro Cuore, a volte anche tutto il giorno, gli altri li passava o al convento a fare lavoretti o in una casa di cura privata per anziani poco distante.

Un giorno conobbe Laura, una ragazza dalla faccia pulita, bionda con i capelli che arrivavano alle spalle, era stata ricoverata all’ospedale perché era incinta e ogni tanto aveva delle lunghe amnesie che la gettavano nel panico per la paura di poter far del male senza volerlo al suo bambino. Suor Letizia prese particolarmente a cuore la situazione della nuova arrivata che forse le ricordava se stessa in gioventù. Laura non aveva genitori, erano morti qualche anno prima, prima il padre di tumore, poi la madre, investita da un autobus, e il padre di suo figlio non si riteneva tale, non essendo l’unico possibile. Ogni tanto passavano degli amici a trovarla, ma la degenza al Sacro Cuore durò più a lungo del previsto e le visite si diluirono nel tempo, fino a cessare. Le visite neurologiche infatti non davano risposte chiare e in attesa di comprendere cosa avesse la tennero ricoverata per non rischiare di farle perdere il bambino. Così Laura e Suor Letizia divennero amiche, la suora sapeva rassicurarla, se ne prendeva cura quasi come una nonna, le rimboccava le coperte e quando la ragazza smaniava dalla voglia di patatine fritte, Letizia usciva, si recava nella friggitoria più vicina e tornava con grosse porzioni che dividevano chiacchierando non prima di aver pregato e benedetto il cibo. Ogni tanto però quando Laura piagnucolava per la sua condizione, o si buttava giù, la sua nuova amica cambiava volto e in preda a una collera isterica prendeva ad urlare insulti, dicendole che era solo una bambina viziata che non apprezzava i doni di Dio. Le amnesie di Laura si ripeterono più volte, destabilizzandola, la suora subito appariva premurosa e a volte scoppiava in lacrime prendendola tra le braccia, ma poi nei giorni o nelle ore successive le gridava contro che era colpa della sua condotta pessima e dei suoi pensieri blasfemi, e che stava abbracciando Satana e rifiutando l’amore di Dio.
Laura era provata, mangiava a stento e mostrava i chiari segni di una depressione galoppante, nonostante questo Letizia rimaneva l’unica persona a mostrare un minimo affetto per lei e in quel momento ne aveva bisogno. Aveva bisogno di un’amica con cui parlare delle sue paure, di un abbraccio vero, di un mentore. Così continuò a subire i cambiamenti d’umore della suora, che seppure sporadici sembravano diventare sempre più drastici. Il legame che si era creato nei mesi (ormai ne erano passati ben tre) all’inizio l’aveva aiutata a stare meglio, ma ora anche se non se ne rendeva conto era la causa del suo stress, e partecipava alla sua infelicità.

Un giorno Laura si ammalò, la febbre si alzò vertiginosamente e la portò ad avere varie piccole amnesie consecutive, suor Letizia aiutò gli infermieri preoccupata, poi con il permesso del dottore e della paziente, quella notte rimase a dormire accanto a lei, su una brandina, per poterla accudire e prendersene cura, nel caso fosse peggiorata durante la notte. Laura si addormentò esausta mentre la suora le premeva sulla fronte un panno umido e fresco. Suor Letizia finalmente si abbandonò al riposo, mangiò sola le patatine fritte che aveva portato per pranzo ma che data la situazione erano rimaste intonse, si leccò le dita unte e sporche di grani di sale, accartocciò la carta marrone e la gettò nel cestino facendo centro, poi sussurrando il rosario si addormentò.
Si svegliò di colpo, Laura urlava e piangeva digrignando i denti, corse al suo fianco chiamandola, la scosse, la giovane la guardò spaventata, aveva gli occhi sbarrati, senza farselo chiedere le raccontò tremando che una strana figura slanciata era salita sul suo letto per poi accovacciarsi sul suo petto non facendola respirare. La suora le stava asciugando le lacrime con un fazzoletto quando cambiò radicalmente espressione. La guardò piena di sdegno e urlò: “Cosa stavi facendo? Ti stavi toccando?Stavi facendo pensieri impuri?O forse questa febbre è solo una scusa perché vuoi uccidere la povera creatura che porti dentro?!” Laura rispose balbettando: “No, Letizia, s-stavo dormendo, te lo giuro, cosa dici..” “Stai dicendo che sono io la bugiarda?” tuonò suor Letizia “Sei solo una lurida puttana! Hai aizzato il demonio e ti sei fatta scopare! Volevi mi uccidesse?” Laura fece per rispondere, confusa, ma la suora scattò in piedi e le tirò uno schiaffo “Puttana, sei solo una puttana, tutto quello che ho fatto per te, e tu di notte t’intrattieni col demonio!”. La ragazza scoppiò di nuovo in lacrime, la suora le afferrò un braccio con cui cercava di proteggersi e la graffiò violentemente sul viso, con l’altra mano poi iniziò a strattonarla per i capelli, cercando di buttarla giù dal letto mentre continuava a graffiarla, sbavava, aveva il volto contratto in una smorfia dalla collera. Laura era incredula, paralizzata dal terrore dell’incubo che era sfociato in una realtà peggiore del sogno. Con uno scatto riuscì ad afferrare il pulsante per le emergenze e lo premette, giunsero poco dopo due infermieri che riuscirono per un pelo a far sì che la paziente non fosse scaraventata a terra dalla follia della suora. La bloccarono a fatica e la trascinarono fuori dalla stanza, fu chiamata la polizia, non ci furono conseguenze penali ma la suora fu allontanata per sempre dall’ospedale.

Dopo quell’episodio Laura prese a star meglio, affrontò la sua solitudine e la depressione, si fece forza, mancava ormai poco al giorno in cui avrebbe visto la faccia del suo piccolo inquilino, inoltre ebbe solo un’amnesia dopo il fatto, poi sparirono nel nulla, come erano giunte. I medici non trovando nulla a livello neurologico decisero che si trattava di un fenomeno di origine psichica e le affiancarono una psicologa che la aiutò non poco a superare l’ultimo mese.
Arrivò il giorno, Laura aveva paura, era la sua prima volta, ma i medici la misero a suo agio spiegandole che ormai non si soffre più come una volta per parto con le nuove tecniche. La sera entrò in sala parto, il travaglio durò poco e tutto andava per il meglio, ma alla fine ebbe un crollo, entrò in confusione e svenne.

Si svegliò nella sua stanza, era già mattina e dalle tapparelle aperte filtrava una luce piacevole e giallina che tingeva di chiaro tutta la parete, il letto accanto a lei era vuoto, come lo era stato negli ultimi dieci giorni. Si guardò lentamente attorno, non ricordava niente, si chiese se avesse avuto un’altra amnesia o se semplicemente avesse perso conoscenza. Sul comodino c’era un bicchiere d’acqua, allungò il braccio lentamente e ne prese un sorso, deglutì a fatica. Poi guardò il pancione che era ormai quasi completamente sgonfio e si allarmò, dove era suo figlio? C’erano stati problemi? Stava bene? Voleva sapere. Fece per premere il pulsante delle emergenze, ma la porta si aprì. Con una vestaglia di flanella chiara che le cadeva sotto le ginocchia entrò Suor Letizia, aveva un fagotto di coperte in braccio. Laura sussultò, ma poi notò che la suora aveva uno sguardo dolce e sereno, niente a che vedere con il mostro dell’ultima notte che l’aveva avuta accanto. Pensò che quindi fosse tornata normale, che si fosse pentita. In più aveva suo figlio tra le braccia, una lacrima le solcò il viso, allungò le braccia verso la suora e disse con la gola strozzata per la gioia di rivedere la sua vecchia amica e il suo piccolo tesoro: “Posso?”
La suora sorrise, si avvicinò al letto e le porse il fagotto bianco, Laura lo prese con cura, lo strinse a se, poi scansò la coperta per vedere il faccino, ma una fitta intercostale le tagliò il respiro. Il suo cuore impennò i battiti, aprì la coperta completamente e si rese conto di star abbracciando due porzioni maxi di patatine fritte della sua friggitoria preferita. Le patate fritte erano tenute insieme da vari strati di pellicola trasparente, quasi a voler mimare la sagoma del neonato.
Alzò lo sguardo verso la suora giusto in tempo per vedere il volto di questa mutare in maniera innaturale in una smorfia di spavento, la vecchia sbarrò gli occhi e iniziò a gridare a squarciagola indicando i sacchetti: “Cos’hai fatto?! L’hai ucciso! L’hai ammazzato!!!” Laura pietrificata tremava, per un attimo aveva pensato fosse tutto uno stupido scherzo ordito dalla vecchia amica, ma guardandola negli occhi, vedendo la follia uscire come un fiume in piena da quel viso pallido e rugoso, seppe in cuor suo che non avrebbe mai visto suo figlio, e avrebbe voluto reagire, alzarsi, correre a cercarlo, colpire la suora in faccia, ma le urla della psicopatica la graffiavano, come l’ultima volta, ma dentro inondandola di terrore. Provò a piangere, ma le orbite profonde della suora la paralizzavano,  le sue mani squarciarono il cellophane facendo riversare fuori le patate. Le urla della suora si fecero più acute, assordanti.


Le mani di Laura intanto, scavavano sperando forse di trovare il neonato sepolto, o forse per trovare conforto nella piacevole sensazione di spezzare le patate con le dita, ancora calde, leggermente salate.

sabato 20 agosto 2016

Il cielo nello specchio

La luna potente, che scinde gli atomi e le stelle,
e come una calamita cosmica vibra mirando il nostro mare.

I fili d'argento muovono il cielo,
nello specchio che mostra tremulo
il faro che tanto teme.

Sotto sgorgano i diavoli,
a pance gonfie e membri eretti,
inebriati dalla paura e dall'istinto,
inermi di cantilene.







giovedì 3 dicembre 2015

Una notte che era meglio fosse giorno

Sono un fascio di cavi che si torcono,
una finta spugna di ferro che vuole espellere ma ingloba sempre più.


Espansione e fuoriuscita,

sento battere i nodi dei miei vorrei contro il vetro del flusso,
quando entri nei corridoi degli altri,
gli interruttori sono in punti che non sai,
le lampadine esplose.

Sento battere le gesta dei miei antagonisti,
sulla scoscesa parete che unisce il mio Ego alle necessità,

rannicchiato sui miei spasmi, considero vie sbarrate dal me consapevole,
fa ancora più male sapere che sei disposto a ritrattarti,
fa ancora più male sapere che non vali una notte.

Affondo i canini nella mia mano destra,
affondo i padri nei rivoli di sangue immaginario,
nauseato dai ritmi,
nauseato dai canoni, dalle scarpe a tinta unica che colpiscono il suolo.

Unico Cristo la parola,
che esce da bocche sbagliate,

ecco arriva un altro me,
l'unico che avrei voluto zitto,
ecco che ti sbatte l'argento in faccia e la sua gentilezza da solitudine d'ufficio,

t'offre una sbronza e tu rifiuti,
t'offri un'altra sbronza e tu rifiuti.

Hai scelto la sera sbagliata Luca,
ti semino tra i corpi in fibrillazione artificiosa.

Parla col mio amico che non parla,
io sono stanco di ascoltare bocche storte e lamentose,
critiche degli sgambetti e delle loro gigantesche sfortune da tragedia.

Compongo sui monitor,
prima chiuso tra le sbarre del sociale,
ora sotto un cappuccio di auto-aiuto.

-

Riempite di suoni gutturali l'etere solo quando è bello il silenzio,
svuotate i dialoghi, 
dormite sogni diafani e gelatinosi.

Salutate su selezione,
giudicate per schemi e costrizioni,

tanto impregnato dalle storie,
che voglio leggere solo il dizionario,
affamato di parole nuove,

significati trasversali,

uso sempre le stesse centinaia di parole che abitano nei miei gorghi,
intanto mi perdo kilometri di lingua che esprime a meno,
così quasi mi convinco a inghiottire carta e piombo.

-

La nausea è la maestra che ti dice "hai qualcosa da esplodere",
tutti vogliono consolazione, ma consolare lo lasciano a te
così mi accoccolo con la testa su una roccia,
sperando in una decollazione al volo.

Spero male,
sferrati un pugno,
mi spavento,

metto a repentaglio i chiodi che mi reggono l'anima,
sto spezzando i chiodi che mi hanno retto l'anima.

Un'anima che inzuppata nel mercurio tornava a galla,
che mi proteggeva dai proiettili e dall'autolesionismo.

Ora che non capisco,
capisco i finti martiri e mi metto in coda,

quanto è umiliante chiedere aiuto con le mani sulla testa,
elemosinare una presenza, che svanisce nell'attimo in cui credo esista.

-

Lungo la strada,
sui marciapiedi nella nebbia,
le vampe erano innocue,
qui sono raptus e follia.


Vedo Egoismo,
nei miei lamenti, e nei tuoi,
vedo Egoismo e mi danno,

"allora esisti Inganno"

vedo Egoismo e mi ritraggo,

l'unico modo è dire tutto,
a tutti e nessuno,

che qualcuno capirà,
qualcuno fraintenderà,
altri odieranno,
c'è chi amerà,

però io avrò detto,

ho detto, queste ore di merda,
ero un bluff?

-

Trovo più carità in una domanda lontana,
che nelle mani che mi graffiano,
trovo più amore in un gesto sincero che nelle montagne di casa,
che mi seppelliscono, senza vanga,
ma col pane quotidiano.

Trovo più bocche da ricucire,
che pacche sulle spalle,

sarà che sembro,
sarà che sembro,
sarà che sembro,

sarà che sono bravo a non pesarvi addosso,
e così leggeri mi vedete morbido,
il vostro comodo materasso,

su cui fottervi i vostri fetidi ricordi,
e le vostre chiacchierate con la Morte,
su cui saltare, tanto non mi sfondo.


Tolgo le doghe,
vi lascio precipitare e forse vi accompagno,
almeno non pesate più e almeno non mi lagno.

domenica 30 agosto 2015

Perdere kili d'esistenzialismo in un attimo di noia

E il peso dei rapporti umani t'inclina le vertebre,
le pretese del genere,
le visioni a fondo perduto,

adattamento,
mutare il proprio cosmo per l'adattamento,
adattamento che non è incastro,
adattamento che è paura del passo dopo passo.

E la voglia di stare insieme,
il bisogno di stare soli,
la necessità delle selezioni,
le abbuffate di cattive sensazioni.

Aspettative di vita, sogni a occhi sbarrati,
binocoli senza lenti per guardare contenti,
e rinchiudersi nei telescopi a lungo raggio,
che credi portino sulle stelle, ma non è vero,
è più simile al miraggio,
anche se è vero.

Gabbie decorate,
genitori che parlano,
genitori che impongono,
genitori che scappano,
genitori che o posseggono o ripudiano.

-

Però ogni tanto,
ho bisogno di una chitarra,
scordata, vecchia, senza corde e senza stile,
per strillare senza piangere,
e gioire dell'esistere,


alleggerire questo cranio sempre zeppo,
di filosofie perdute, amore morto, cristo risorto,
zeppo di denti digrignanti ed herpes pronto a uscire,
perchè ogni secondo che passo a strisciare,
il mio corpo mi obbedisce e inizia a deperire,

e io non lo accetto di morire per tristezza,
di fare la muffa nell'incertezza di una serenità che stai prendendo a testate,
mentre seppellisci l'estate in vista di un inverno,
che è solo un altro inverno,
è solo un altro inverno.

e le foglie cadono,
i rami si spezzano,
i cani puzzano,
e i baci ammazzano.

-


La leggerezza,
è un argomento importante ,
ma pesa troppo poco,
ed è tradotto sempre in soldi,

la leggerezza permette di volare,
non è sinonimo di frivolezza,
ma di libertà.

E quindi?
 e quindi adesso basta,
riprenditi il tuo Spirito,
che aspetta un pò avvilito,
tra lo scheletro e il corpo eterico,

e quindi ora è ora di camminare,
di tuffarsi nel fiume dell'ovunque e nessuna parte,
che ti sbatta contro gli scogli,
o ti trasporti su Marte,
che ti faccia annegare o ti faccia scoprire arcipelaghi,
mondi senza limiti,
sguardi senza tremiti.

e quindi ora quindi,
tipo che quindi ora è tipo,
quindi ora dico quindi,
ora, tipo e quindi.

Ho zanzare tra gli alluci,
pensieri reduci, di tortura autoinflitta,
di autocommiserazione,
depressione commerciale,
apatia da instabilità,
apatia da instabilità,
apatia da instabilità,


E ti sedi con le canne,
con le birre,
con le seghe,
ti sedi col dormire,
col correre o scoppiare,

e ti sedi con il sesso,
con la poesia,
con gli scarabocchi,

col vomitare giallo dentro al cesso piedistallo,
ti sedi come puoi,
non sai però se vuoi,
certo fa comodo è più facile,
spesso anche rincuorante,

godi pure un poco,
ad essere benzina senza fuoco,
e chiedi urlando un rogo,

ma la scintilla sei te,
hai tu il fiammifero,
l'accendino,
hai te il lanciafiamme,
la molotov nel cestino.

smettila di chiedere,
smettila di pregare un dio babbo natale,
che ti soddisfa o non esiste,
perchè sei bravo, hai fatto sempre i compiti,
e non sprechi il pane anche se non hai fame,
perchè proprio tu dovresti essere punito?
in questo mondo così grande che fa schifo,

e se non faccio proprio niente per cambiare,
cosa mai ci posso fare?
mi hanno insegnato ad essere ubbidiente,
a piangere che così ottengo qualcosa,
ma non troppo sennò ottengo un pò di violenza,

che di quella non ce n'è mai abbastanza,

vai nella tua stanza,
resta al buio.

vai nella tua stanza,
resta al buio.

vai nella tua stanza,
resta al buio,

e se hai paura dei mostri,
resta al buio,

anzi no,
accendi la luce,
e resta al buio.





lunedì 24 agosto 2015

IL TRENO (meccanismi)

La sintesi di un meccanismo mutato luce.
Un intreccio di destinazioni e velocità.
Sul cemento, sopra kili di asfalto freddo,
sotto un'immensa aria,
tamponata dalle nubi, infermiere.

Si inerpicano come rampicanti di ferro arrugginito,
rappresentazioni ciniche e disincantate,
dei futuri possibili, quasi mai quelli giusti,
quasi mai quelli disposti su questo stralcio di via,
sgomberata dagli ostacoli,
ma ghiotta di pericoli.

-

Ho due pugni in tasca,
pronti a brandire il piombo,
in attesa di un treno che già sento crepitare.

Non c'è sole,
una cappa di umidità cinge il mio passaggio,
ora statico, ora statico sul dinamico.

I crampi della fame,
ma non scendo nei cunicoli,
ora le bestie mi sbranerebbero,
ho in tasca ciò che bramano.

Ora un treno giace sul mio sguardo,
ci separa solo una linea gialla,
spero sia lui,
e accasciato aspetto un segnale.

Osservo le insegne luminose,
trappole farabutte,
osservo i miei singhiozzi,
i miei latrati disegnati.

L'atmosfera s'attacca alla pelle,
come una pellicola fotografica si scioglie nell'acido,
lasciando tracce,
nere e opache sulla superficie.

Non sudo,
gli odori acri dello smog e dell'orina dei viaggiatori si fondono,
opinioni e giudizi mi affondano,
schiere di sentieri si stagliano,
inerpicati nei rovi di mora.

-

La coltre che copre il cielo,
riflette nei miei occhi, raggi duri e ruvidi,
ho dimenticato gli occhiali da sole,
e mi sembra una cosa così importante,
ma poi ci penso su e decido il contrario.

Eppure mentre scrivo,
i raggi m'infilzano la vista,
allora forse l'intuito fa la sua parte.

E a volte,
c'è solo da scegliere,

perdi il treno,
o la vista?




mercoledì 12 agosto 2015

Frenesia di scenari (l'immancabile punto)

Il diamante che cercavo,
mi hanno detto fosse rotto,
alcuni altri sia un mondo,
altri ancora, costi troppo.

Dei tizi, lì nell'ombra,
sussurrano sia solo una leggenda,
un pò di vento fresco suggerisce "dagli retta",
ora un soffione passeggero,
 mi cattura senza voce.

Esco sul prato,
due chiocciole dicono strade di bava,
friniscono dei tali,
un pipistrello mi studia.

Il soffione,
mongolfiera obliqua,
decresce,
tocca gli steli, si mischia al verbo.

Rimango,
sulle zampe incrociate,
stampelle e gomiti sotto il collo,
e penso.

Rimango muto,
invischiato nel muschio finto,
nel fango dipinto,
in una palude di pretese e paletti.

Rimango,
scruto l'angolo,
tra due colline,
l'incertezza è senza fine.

Sottobosco di nuvola,
fresco di sabato,
bocca da domenica,
giardino d'estate.

Cane,
come un gatto,
come una mantide religiosa,
come un aquilone, senza guinzaglio.


Cane,
puzzo di pioggia,
le zampe intinte nel globo,
le orecchie piene d'ansia.

Uno, due , tre, quattro,
conta ancora che sei vivo,
uno, due , tre , quattro,
nasconditi bene o ti vedranno,

uno, due , tre , quattro,
copri il viso e non ringhiare,
uno, due , tre , quattro,
piangi piano, non barare.

Uno, due, tre , quattro,
adesso è l'ora di dormire,
sveglia presto a mezzogiorno,
mangia, imbocca, urla e strippa.

Sputa, impreca,
crisi, fuma,
incendia, inganna,
affanna, accenna.

Nascondi, pulisci,
lava le mani,
usa il sapone o muori domani.

Attendi, inventa,
vendi, spendi,
prendi i soldi e rompi i denti.

Alzati, esci,
bevi tutta la notte,
alzati, drogati, spaccati le nocche.

Esci,
delirio, niente e buchi neri.

Esci,
no rimango dentro,
e mi spengo col latte di mandorle.

Esci,
anzi rientra,
conta le ore,
chiama il dottore.

Mangia di più,
sei troppo magro,
trova un lavoro,
e dai gli esami per bene.

Mangia di meno,
ti verrà un infarto a scoprire chi sei,
chiudi a chiave,
butta la chiave.

Ricompra il lucchetto,
chiudi il lago,
il palazzo,
la bocca,
il santuario.

Nessun calmante calma,
nessun giorno illumina,
nessuna notte riposa.

Nessuno ti odia, nessuno ti ama,
sono solo ruscelli che annaffiano,
sei pianta, fiore, cactus.

Niente di nutre,
resta a seccare,
diventa portachiave,
forse decorazione,
magari tomba.


Ozio e odio l'ozio,
frenetico odio la frenesia,
m'innamoro del bosco ogni giorno,
mi perdo in un cespuglio,
inciampo,
sulle mie gambe,
fragili e scheggiate,
come il gambo di un gioco,
di distruzione.